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La genitorialità maltrattante


La genitorialità rappresenta una delle dimensioni più delicate e complesse della vita relazionale. Quando è segnata dalla violenza, assume caratteristiche che incidono profondamente sullo sviluppo dei figli e sul benessere dell’intero nucleo familiare. Parlare di genitorialità maltrattante significa affrontare l’intreccio tra il ruolo di padre o madre e i comportamenti violenti agiti nelle relazioni affettive.


Non esiste un unico profilo dell’uomo che maltratta: la violenza non deriva da una singola causa psicologica, psichiatrica o sociale, ma va compresa come fenomeno multifattoriale. Allo stesso tempo, ridurre il maltrattante a “mostro” o a “cattivo padre” rischia di oscurare la complessità della sua funzione genitoriale, che spesso continua ad essere presente – in modo disfunzionale – nella vita dei figli.


Le idee distorte su questi uomini (“non potrà mai cambiare”, “è solo malato”, “se è violento con la madre può essere comunque un buon padre”) compromettono la capacità di riconoscere il problema e di affrontarlo con strumenti adeguati.


Dall’esperienza nei centri specializzati, come il CAM di Firenze, emergono diversi punti critici che descrivono il modo in cui la violenza contamina la relazione genitoriale:

  • Svalutazione della madre: il maltrattante scredita direttamente o indirettamente la partner, minandone l’autorevolezza agli occhi dei figli.

  • Difficoltà di accudimento: la madre, costretta a “camminare sulle uova” per contenere la violenza del partner, fatica a rispondere ai bisogni emotivi dei bambini.

  • Trasmissione intergenerazionale della violenza: i figli imparano che il conflitto si gestisce con il potere e il controllo, rischiando di riprodurre gli stessi schemi.

  • Autoritarismo e comunicazione distorta: regole imposte in modo rigido o manipolatorio, alternanza tra ipercoinvolgimento e disinteresse.

  • Legami traumatici: i figli vivono una relazione instabile e confusiva, in cui l’amore verso il padre è intrecciato a paura e bisogno di approvazione.

  • Negazione degli effetti della violenza: il genitore maltrattante spesso minimizza (“non ha visto niente, era nell’altra stanza”), impedendo un riconoscimento del danno subito dai figli.

  • Difficoltà a parlare della violenza: mancanza di linguaggio adeguato, senso di colpa e paura di mostrarsi fragili ostacolano il confronto con i figli.

  • Regolazione emotiva compromessa: incapacità di gestire le emozioni proprie e altrui, con conseguenze di instabilità relazionale.

Queste dinamiche creano un clima familiare improntato all’imprevedibilità, che genera ansia, stress e disorientamento nei figli.


Un genitore ha diverse funzioni fondamentali – protettiva, affettiva, normativa, regolativa, predittiva, rappresentativa e triadica. Nella genitorialità maltrattante, tali funzioni risultano alterate o distorte: il bisogno di controllo e di centralità prevale sul riconoscimento delle necessità evolutive dei figli, compromettendo la loro crescita emotiva e relazionale.


Lavorare con uomini autori di violenza significa affrontare anche la loro dimensione genitoriale. Stimolare una paternità consapevole è fondamentale per:

  1. proporre modelli di paternità alternativi;

  2. sviluppare abilità genitoriali non violente;

  3. promuovere una genitorialità che tenga conto della triade madre-padre-figlio;

  4. avviare azioni riparative autentiche.


Tutto questo non può essere demandato al singolo percorso terapeutico, ma richiede un lavoro di rete che coinvolga servizi sociali, centri specializzati, istituzioni scolastiche e sistema giudiziario.

Riconoscerne le dinamiche, contrastarne le conseguenze e proporre alternative rappresenta un passaggio imprescindibile per interrompere la trasmissione intergenerazionale della violenza e costruire relazioni più sane e rispettose.

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La sicurezza delle vittime nel lavoro dei Centri per Uomini Autori di Violenza (CUAV)


La tutela e la sicurezza delle vittime costituiscono il principio guida e la condizione imprescindibile del lavoro dei Centri per Uomini Autori di Violenza (CUAV). Intervenire sugli autori non significa relativizzare o giustificare la violenza, ma assumere la responsabilità di prevenirne la reiterazione, contribuendo concretamente alla protezione delle donne e dei figli.


La mission dei CUAV si fonda sulla responsabilizzazione dell’uomo autore di comportamenti violenti, sulla promozione del cambiamento e sulla prevenzione della recidiva. Ogni percorso si basa sul riconoscimento della violenza come scelta, non come perdita di controllo, e sulla consapevolezza dell’impatto che essa produce sulle vittime, in particolare nei contesti familiari. In questa prospettiva, il lavoro con gli uomini non si esaurisce nella dimensione individuale del trattamento, ma si colloca all’interno di una rete di protezione integrata, orientata alla sicurezza della donna e dei figli.


Fin dal primo contatto, i CUAV operano secondo protocolli condivisi con i Centri Antiviolenza (CAV), i Servizi sociali, le Forze dell’ordine, la Magistratura e i Servizi sanitari territoriali e gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna. La comunicazione costante con i partner istituzionali permette di monitorare la situazione di rischio, condividere informazioni rilevanti e coordinare eventuali interventi di urgenza. Ogni passo nel percorso dell’uomo è quindi inserito in una logica di gestione del rischio in rete, dove la priorità è sempre la sicurezza della persona offesa.


Un ruolo cruciale in questa rete è svolto dai contatti partner, ossia la possibilità – previo consenso e nel rispetto della privacy – di entrare in relazione con la donna coinvolta o con il suo riferimento al CAV. Tali contatti consentono di raccogliere informazioni preziose sulla situazione attuale, sui comportamenti dell’uomo e sull’eventuale evoluzione del rischio. Il punto di vista della donna è infatti indispensabile per calibrare la valutazione della recidiva, poiché spesso l’autore minimizza la gravità dei fatti o presenta versioni distorte degli eventi. Inoltre, il contatto partner permette di lavorare sulle aspettative di cambiamento che molte donne nutrono, spesso nella speranza che il percorso dell’uomo rappresenti una garanzia di sicurezza o una possibilità di riconciliazione. È compito dei professionisti del CUAV restituire in modo chiaro che la priorità del programma non è la riparazione della relazione, ma la cessazione della violenza e la protezione della vittima.


Parallelamente, il lavoro con gli uomini implica il riconoscimento e la gestione dei tentativi di manipolazione che possono emergere nel corso del trattamento. Alcuni partecipanti cercano di usare il percorso come strumento di autoassoluzione, di miglioramento della propria immagine o di pressione sulla partner. Tali dinamiche vengono affrontate con fermezza attraverso il confronto, la trasparenza con la rete e la costante verifica della sincerità del percorso di responsabilizzazione.


Elemento cardine del lavoro dei CUAV è la valutazione del rischio di recidiva, effettuata in momenti diversi del percorso: al primo colloquio, durante il trattamento e nella fase di chiusura ed infine in follow up. Tale valutazione integra strumenti strutturati (checklist e griglie di analisi) con l’osservazione durante i colloqui ed il confronto con la rete. I fattori di rischio più rilevanti riguardano l’escalation dei comportamenti violenti, l’uso di sostanze, la gelosia, la non accettazione della separazione e la tendenza a colpevolizzare la vittima. Sulla base di questa analisi, il team elabora piani di gestione del rischio che possono includere il contatto periodico con i CAV, l’attivazione di servizi sociali, la segnalazione alle autorità competenti o la sospensione del percorso qualora emergano segnali di pericolo imminente.


In sintesi, il lavoro dei CUAV contribuisce alla sicurezza delle vittime non solo riducendo la probabilità di nuove violenze, ma anche promuovendo una cultura della responsabilità e del rispetto. Agire sugli autori significa interrompere il ciclo della violenza alla radice, integrando prevenzione, protezione e cambiamento in un’unica cornice di intervento etico e condiviso.

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Generi e Generazioni in cammino: percorsi di prevenzione alla violenza 

Il Progetto, sostenuto con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese, nasce dai bisogni raccolti dal territorio in questi anni di attività del CAM, come la necessità di differenziare i programmi, di fornire continuità ai percorsi di prevenzione e interruzione della violenza, nonchè la sperimentazione di prese in carico per le donne che hanno agito violenza prevalentemente contro minori e anziani. L’obiettivo finale è l’interruzione delle varie forme di violenza agita contro donne, bambini e anziani, attraverso percorsi dedicati a coloro che la hanno agita (ragazzi, uomini e donne). In particolare, il progetto prevede la realizzazione di programmi di prevenzione della violenza dedicati a migranti e studenti, percorsi di interruzione della violenza agita presso gli Sportelli del Centro sui territori di Pistoia, Montecatini, Empoli e Prato, nelle Case Circondariali di Pistoia e/o Prato. Vengono inoltre offerti percorsi sul tema della genitorialità e sui reati di natura sessuale, nonchè percorsi sperimentali destinati alle donne autrici di violenza. 

Scarica l'opuscolo sulle attività del CAM e sul ruolo dei CUAV a questo link:

docs/2024/Opuscolo%20progetto%20Chiesa%20Valdese.pdf



CAM-biamenti maschili - Percorsi di cambiamento per uomini autori di violenza di genere

I Centri di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Firenze (capofila), Ferrara, Roma, Cremona e Nord Sardegna hanno partecipato al Bando del Ministero delle Pari Opportunità  indetto nel 2017, sulla Linea di intervento C "Programmi di intervento per gli Uomini Maltrattanti" con il Progetto "CAM-biamenti maschili - Percorsi di cambiamento per uomini autori di violenza di genere", e ammesso a finanziamento primo in graduatoria

Il Progetto ha preso avvio a Novembre 2018 e terminerà ad Aprile 2020, per una durata di 18 mesi.

Il progetto "CAM-biamenti maschili" intende valorizzare l’importante esperienza innovativa e di sperimentazione condotta negli ultimi 8 anni dai CAM sviluppandone la diffusione e la replicabilità perseguendo i seguenti obiettivi generali:

  • Scoraggiare comportamenti violenti;
  • Prevenire la recidiva di comportamenti violenti;
  • Aumentare la sicurezza di donne e bambini;
  • Contribuire all’interruzione della trasmissione intergenerazionale della violenza.


Gli obiettivi specifici sono:

  • Incrementare l’aggiornamento professionale del personale coinvolto e la capacità di rispondere con efficacia e competenza alle richieste dell’utenza;
  • Potenziare la sperimentazione di percorsi con l’applicazione di nuovi approcci e metodologie;
  • Individuare e diffondere buone prassi risultanti dal confronto e lo scambio tra gli operatori che a vario titolo si interfacciano con uomini autori di violenza;
  • Rispondere in modo più adeguato alla distanza territoriale dei servizi;
  • Intercettare un maggior numero di uomini attraverso la strutturazione di sportelli, al fine di facilitare la fruibilità dei percorsi;
  • Interrompere i comportamenti violenti degli uomini che si rivolgono ai Servizi dei CAM;
  • Potenziare le risorse genitoriali degli uomini che accedono ai Servizi dei CAM;
  • Stimolare la riflessione e contribuire all’assunzione di responsabilità degli uomini che accedono ai Servizi dei CAM;
  • Migliorare la capacità di rilevazione e invio degli operatori di Prima linea;
  • Aumentare  l’afflusso ai centri per autori;
  • Monitorare qualitativamente i programmi con un sistema strutturato di valutazione esterna;
  • Rinforzare la rete Antiviolenza dei servizi socio sanitari sul territorio.


Il Progetto "CAM-biamenti maschili" si articolerà lungo tre assi principali:

  • Formazione/scambio e metodologie;
  • Sviluppo di programmi per uomini autori di violenza nelle relazioni affettive;
  • Valutazione dell’efficacia degli interventi sugli uomini ed individuazione di buone pratiche.
Codice GEO001.
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